Era nato come il tempio in cui si sarebbe celebrata la conoscenza, ed era nato per volontà ed iniziativa popolare. Ognuno aveva voluto metterci una parola, dare il proprio contributo affinché il progetto trovasse effettiva realizzazione. Erano state indette riunioni tra le massime autorità del luogo – il sindaco con tutta la giunta comunale, l’arma dei carabinieri, la banca del credito cooperativo, persino la banda cittadina, e pure il ministro dei trasporti aveva fatto una veloce comparsata che era rimbalzata per diversi giorni sulle reti minori, dando lustro e voce al progetto. Ampi sorrisi smaltati avevano accolto la processione dei genitori di coloro i quali, per vicinanza geografica e anagrafica, ne sarebbero stati i primi fruitori. Vennero strette mani, elargite pacche sulle spalle, offerte tartine e tartellette, mentre gli strati sociali si mischiavano senza attriti per la prima volta nella storia, prova del fatto che la società dei giusti è dimensione dello spirito più che della materia.

I “potremmo” si rincorrevano entusiasti, le matite si spuntavano a un ritmo mai visto sotto l’impeto delle proposte, delle curvature, delle alternative; alla fine della prima settimana era stato raccolto un tale quantitativo di idee – tutte debitamente trasposte su carta intestata affinché ne rimanesse imperitura testimonianza da trasmettere nei secoli dei secoli amen – da eguagliare in altezza, una volta impilate le une sopra le altre, il primo cittadino, uomo peraltro di figura slanciata e atletica. L’ilare coincidenza era stata immortalata dalla stampa locale, che in tutto questo tempo aveva continuato a presenziare, instancabile, al sacro conciliabolo.

Fra le risate, dunque, si prese a ragionare di come mettere in pratica il progetto. Le fondamenta della scuola vennero affidate all’azienda del cugino del sindaco, un tale Cosimo Casagrande, persona a detta di tutti di così saldi principi che proprio su quei principi avrebbe potuto edificare tre condomini l’uno sopra l’altro; di infissi e serramenti si occupò invece il signor Ignazio Valente, ex cliente del credito cooperativo e compagno di golf del direttore della banca, condannato ingiustamente per peculato pochi anni addietro e in cerca di – oltre che nel suo pieno di diritto di, come ci tenne a specificare il bancario – una seconda possibilità.

Si disquisì a lungo dell’opportunità di aggiungere tendaggi alle aule, e dopo che si fu stabilito che sì, era cosa buona e giusta, le discussioni si prolungarono ancora a lungo per decidere fra il blu carta da zucchero e il verde pistacchio. L’annosa questione si complicò ulteriormente quando, attingendo ancora una volta al reame dei dessert, un incauto genitore avanzò l’idea che anche il giallo sorbetto potesse essere una valida alternativa: avrebbe contribuito a innalzare lo spirito dei teneri fanciulli e controbilanciare il dolce gusto dell’apprendimento con una nota aspra; poiché vent’anni prima lo stesso genitore aveva frequentato per ben un anno il liceo artistico, prima di essere dirottato verso un istituto per ragionieri per fuggire dai professoroni incapaci di apprezzare il suo genio ribelle, la proposta assumeva un’aura di indubbia autorevolezza. Fu tuttavia il clarinettista della banda a risolvere la situazione, proponendo di acquistare dalla moglie sarta, per una cifra simbolica, gli scampoli rimasti invenduti: nel patchwork delle nuove tende sarebbe sventolata libera la bandiera della multiculturalità di cui il nuovo istituto desiderava farsi promotore.

Per quanto riguarda i pavimenti, tutto fu deciso in una calda serata di inizio luglio. C’erano proprio tutti: quella comunità era d’altronde unita da rapporti di mutuo rispetto e assistenzialismo. Il direttore della banca scambiava cordialità e convenevoli con le maestranze edili, si discuteva insieme di auto e settimane bianche, e mentre l’uno elencava tutte le particolarità dei diversi campi da golf visitati negli ultimi tre fine settimana, gli altri ne bevevano le parole soddisfacendo così tutte le proprie seti. L’attenzione, comunque, era alle stelle: si giocava la semifinale della Coppa del Mondo, e gli azzurri ispiravano i nostri a grandi imprese. Fu così che, nel breve spazio antecedente l’avvio dei calci di rigore, qualcuno propose in un sussurro la rivoluzionaria idea di sostituire i pavimenti con sabbia trasportata direttamente dalle più belle spiagge dell’Adriatico: per insegnare ad apprezzare le bellezze naturali del paese in primis, ma anche e soprattutto perché così i discenti sarebbero stati liberi di scorrazzare liberi dalla costrizione delle calzature, con indubbi benefici per la postura e la pelle, nonché per la fierezza del loro spirito. Sul 3-2, gli astanti proruppero in un impetuoso “sì” che suggellò dunque la sostituzione del granito con il suo corpuscolare erede biologico.

Fu alla notte della finale, invece, che venne riservata la questione più spinosa. Come strutturare il curriculum di quel tempio della conoscenza affinché dalle sue solide mura potesse emergere una nuova schiatta di illuministi? Cos’era necessario togliere e cosa si sentiva invece il bisogno di aggiungere acciocché la scuola tornasse alla sua funzione primeva: a educare, a plasmare giovani menti conducendo delicatamente per mano ragazzi e ragazze verso il fuoco degli dèi?

Preso da un’illuminazione fugace, che tentò di acciuffare alzandosi di botto dal tavolo dell’aperitivo, un impiegato comunale proruppe in un motto arguto riemerso chissà come, forse per il contatto con sì alte ed illuminate menti, dalle nebbie dei suoi antichi ricordi scolastici: “Mens sana in corpore sano!”, urlò egli di fronte agli astanti sbigottiti, mentre una pioggia di pretzel dorati schizzava all’intorno. Intercettando lo sconcerto di una parte dei presenti, evidentemente digiuni dell’antico idioma, procedette a spiegarne il significato, accolto da gridolini di giubilo. Le basi erano state gettate, il “la” intonato per il resto della canzone: l’educazione motoria venne scelta come perno del curriculum scolastico, e da lì si arrivò, e ben prima del fischio d’inizio, a costruire l’intero sillabo. I giovani e le giovani avrebbero potuto cimentarsi con l’intera, sterminata varietà dei campi del sapere: dalla chimica organica alla prestidigitazione, assecondando le inclinazioni di ognuno e ognuna.

Ma la reale innovazione risiedeva soprattutto nelle modalità di insegnamento, ribaltate completamente: sarebbero stati proprio loro, i discenti, a scegliere, di giorno in giorno, gli spunti di discussione, i libri da leggere, gli esercizi da svolgere, in una continua messa in discussione dei pilastri del sapere; avrebbero cavato interpretazioni dal proprio intimo, anziché dall’esperienza del docente, che dall’alto avrebbe calato solamente cenni di approvazione. Se si fosse desiderato sorvolare su Kant, Kant sarebbe stato bandito senza tentennamento alcuno: per capire il cielo stellato sopra di sé e la legge morale dentro di sé non serviva certo un filosofo crucco morto chissà quando, e in fondo nulla di tutto ciò che aveva detto o scritto in vita sarebbe servito a orientarsi nella vita reale. Gli insegnanti di filosofia sarebbero stati dirottati dunque sulla nuova disciplina dei Proverbi da Ascensore, indispensabile strumento per la vita di società; quelli di diritto si sarebbero occupati esclusivamente di laboratori sulla pratica dello scaricamento barili; la storia dell’arte avrebbe rinunciato alla parte storica, compenetrandosi invece di scienza dell’immagine applicata al social media marketing; le lingue straniere sarebbero state eliminate in virtù del principio di autosufficienza che quella grande nazione aveva dimostrato uscendo vittoriosa da plurimi campionati mondiali di calcio.

Permaneva una certa indecisione sulle sorti dei docenti di italiano e matematica: troppo studio li aveva resi avulsi dalla pulsante materialità di cui i discenti abbisognavano – gli uni indecisi fra troppe sfumature di significato e gli altri ingabbiati nell’eccessivo rigore di formule chiuse e impenetrabili alle masse. Alla fine l’elettricista, chiamato al volo per risolvere un problema con la parabola satellitare, trovò una soluzione che piacque a tutti: la nuova scuola si sarebbe prefissata anche il nobile obiettivo di rieducare gli educati, di spuntare, metaforicamente parlando, le ali con cui essi si libravano troppo in alto per riavvicinarli all’humus dei dati, i fatti e tutto ciò che, in buona sostanza, costituisce l’intima essenza del reale, tutto ciò che dovrebbe contemplare, Orazio, la tua filosofia. Matematici e letterati, dunque, avrebbero arato, fuori di metafora, i giardini della conoscenza: a loro sarebbe stata affidata la cura della sabbia-pavimento, e chissà che la pratica Zen non mostrasse loro, una volta per tutte, i benefici delle arti manuali.

Ci si avvicinava al momento dell’inno nazionale e mancava ancora da affrontare un punto cruciale: quello della disciplina. La discussione si fece infuocata: indici ricoperti di un sottile strato di olio e paprika roteavano in aria accusatori, il risentimento per antiche ferite adolescenziali trovava nuovo spazio nelle bocche farcite di mortadella al pistacchio. Il piano dell’offerta formativa servì così l’occasione di una perfetta vendetta proverbialmente servita fredda, la cui mise en place minimale prevedeva l’abolizione di richiami, annotazioni, note: giammai, si lagnò un genitore, si sarebbe permesso al corpo docente di predare la serenità mentale ed emotiva dei pargoli! Giammai si sarebbero lasciati scorrere sguardi di biasimo sui loro candidi corpi, dimore di ancor più immacolate anime! Non erano forse i docenti carne e sangue come tutti gli altri? In virtù di quale superiorità si arrogavano il diritto di traumatizzare gli infanti pretendendo di dir loro quando era il caso di tacere e quando parlare, o di seguir iniqui e ipocriti turni di conversazione? Che fossero liberi di accartocciare carte stagnole, dondolarsi sulle sedie, raschiare contorni falliformi sulla superficie del banco con la taglierina, se il loro animo candido, quella tabula rasa ancora immune da sovrastrutture di sorta, suggeriva loro di far tutto ciò.

Basta anche con le verifiche: l’apprendimento sarebbe stato dato per scontato, come ovvia conseguenza del contratto di reciproca fiducia inter pares che univa docenti e discenti; sarebbero stati questi ultimi, anzi, a spiegare ai primi la materia, forti di una prospettiva unica e originale, libera per l’appunto dal legaccio di quelle sovrastrutture che compromettono le intuizioni spontanee seppellendole sotto ricerche, analisi critiche, studi comparativi, esperimenti laboratoriali, confronti fra pool di esperti internazionali, tesi antitesi e sintesi, prove e controprove.

Era davvero tutto pronto, adesso, per l’apertura della scuola in settembre. I presenti si congratularono gli uni con gli altri, seppur brevemente perché la partita stava per iniziare. Novanta minuti di strazio decretarono la superiorità della squadra nazionale, e la compagnia si disperse per le strade cittadine sventolando gli stessi tricolori che pochi mesi dopo sarebbero stati saggiamente riutilizzati, nello spirito di un’attenzione all’ambiente profondamente avvertita dalla comunità tutta, per l’inaugurazione del tempio della conoscenza, fiero prodotto dell’ingegno e dell’industriosità del paese intero.

Giunse dunque l’agognato giorno: mentre la banda cittadina accordava gli strumenti, il primo cittadino con la fascia sul petto faceva cenno ai genitori di disporsi su due ali in attesa della sfilata degli alunni e delle alunne, vestali del sacro fuoco della conoscenza; tra le facce commosse ve ne erano alcune serrate in espressione di massima concentrazione: geometri ed elettricisti insieme spuntavano elementi da una lista mentre si sistemavano gli ultimi dettagli. L’edificio, in solido cemento vanto dell’industria locale, svettava nell’aria croccante del mattino dove già serpeggiavano i fumi delle fabbriche, segno inequivocabile della produttività dei cittadini; le tende patchwork erano al loro posto, in un immaginifico alternarsi di aranci, rosa e l’indispensabile giallo limone; la mensa era stata rifornita di prelibatezze dopo un’attenta ricognizione dei desiderata studenteschi e dopo aver ottenuto l’approvazione di un esperto in radiologia, che in quanto afferente al settore medico era del tutto legittimato ad occuparsi di legiferare in tema dietologico.

Geometri ed elettricisti continuavano a scorrere la lista con l’impressione di essersi scordati qualcosa; anche il postino condivideva questa loro sensazione e tutti assieme si arrovellavano per capire se quel dubbio serpeggiante non fosse ascrivibile alla loro ansia da prestazione; una delle madri, che di lavoro faceva l’infermiera, prese loro il polso e constatò un battito lievemente accelerato ma nessuna disfunzione fisiologica, allorché il tarlo si insinuò anche in lei, che però, pur sforzandosi intensamente, non seppe trovare niente dentro o fuori la scuola che fosse fuori posto. Venne chiamato per un ulteriore consulto il prete, don Giovanni Brusaporta, che per via del proprio mestiere era un esperto di psicosi collettive, ma anche lui non ebbe di che criticare nell’organizzazione dell’evento, e disperse il gruppetto con un’avemmaria e un’assoluzione da qualsiasi peccato potessero aver commesso. Eppure anche lui, nel proprio intimo, si consumava nel dubbio che avessero dimenticato un dettaglio, qualcosa di piccolo ma allo stesso tempo importante. Rimuginò a lungo, ma fu soltanto ascoltando la conversazione fra due genitori, i quali stavano rimarcando quanti passi in avanti si fossero fatti dai loro tempi, quando i professori potevano addirittura decidere se promuovere o bocciare un alunno che semplicemente non avesse, poverino, voglia di studiare una materia della quale aveva orrore, che don Brusaporta comprese quale fosse stata la veniale dimenticanza. Battendosi il palmo della mano destra sulla fronte sudata, con un suono che evocava i tuffi a bomba in piscina dell’estate appena archiviata e che fece girare tutti e tutte verso di lui, esclamò: gli insegnanti! Ci siamo dimenticati di chiamare gli insegnanti!

La platea rimase attonita per una frazione di secondo, giusto il tempo necessario per recuperare il contatto con il presente e prorompere in una gragnuola di esclamazioni liberatorie: gli insegnanti, ma certo! – ripetevano tutti, gli uni sogghignando, gli altri sghignazzando, taluni sbellicandosi apertamente e tenendosi la pancia per il gran ridere – come abbiamo potuto scordarci di loro? Chi, se non loro, potrà compilare i moduli che abbiamo approntato con tale cura e in cui loro attesteranno ed elogeranno ogni progresso, seppur infinitesimale, compiuto dai nostri piccoli angeli? Chi, se non loro, rendiconterà la frequenza di punti, virgole e parentesi impiegati nelle loro spiegazioni affinché l’abuso di punteggiatura, da sempre aberrante ostacolo al libero fluire delle menti creative, possa essere monitorata a dovere? Chi si occuperà di promuovere i tirocini gratuiti messi generosamente a disposizione dagli imprenditori locali, come il signor Valente, affinché i giovani apprendano a rendersi utili con le proprie mani e non perseguano l’astratta via delle stelle tracciata dalle superflue filosofie occidentali e orientali? Chi documenterà e fascicolerà, a imperitura memoria dei posteri, l’avvenuta somministrazione di tutto il necessario e la non-somministrazione del non-necessario? Ma gli insegnanti, certo, chi altro!

Su questa nota tutti i convenuti nuovamente eruppero in una risata contagiosa, c’era proprio da morire dalle risate a pensare che si erano scordati qualcosa di tale importanza! Ma dove andare a pescare, all’ultimo momento, questi benedetti insegnanti? Fortuna che quelli, gli insegnanti, erano già lì; in disparte, molti, tanti si aggiravano nei paraggi della scuola fin dall’alba, con fare indifferente ma pronti a mettersi all’opera; d’altronde non avevano ancora perso quella loro hubris consolidata, quell’idea di essere utili, o financo di doverlo essere a tutti i costi, che il nuovo tempio della conoscenza, la scuola 2.0, avrebbe eradicato rimettendo finalmente tutti sullo stesso piano di tutti. Emersero titubanti da dietro le frasche come funghi dopo la pioggia, finché qualcuno non si accorse di loro e li attirò nel sacro circolo, offrendo loro un pasticcino e un flûte di spumante, come un sacrificio a una divinità antica in chiave moderna, dove la divinità è qualcuno che chiami con il nome di battesimo perché ormai, insieme, ne avete vissute troppe da giustificare il persistere di qualsivoglia deferenza.

Gli insegnanti presero coraggio, sciamarono verso l’ingresso come falene attirate dal fuoco, fluirono bovini oltre le porte contrassegnate dal logo di Valente Serramenti e nel foyer della scuola rimasero diligentemente ad attendere l’arrivo della masnada studentesca. La quale, ritardataria e schiamazzante, fece poco dopo la sua apparizione fra i pianti commossi delle madri e il coro dissonante della banda cittadina. Era l’avvio dell’anno scolastico, si era finalmente al principio di quella rivoluzione didattica tanto attesa.

I primi mesi passarono gloriosamente. Sulle pagine del giornalino scolastico si spendevano le migliori energie intellettuali: le dettagliate comparative delle offerte del giorno delle tavole calde locali mostravano un’inedita capacità di giostrarsi fra lettere e numeri, ma soprattutto davano prova di un forte legame con il territorio che faceva ben sperare per le generazioni future; nelle aule ci si ispirava a Rodin e alla turbolenta plasticità delle sue forme domando la materia ribelle della gomma da masticare in graziose sculture non più nascoste sotto i banchi ma rese fruibili a tutti; e nella sabbia in cui scorrevano languidi gli adolescenti piedi si ripercorreva in pochi passi la storia della geologia senza il peso di prolissi e vetusti libri.

Fu in un giorno di metà dicembre che proprio in quella sabbia si cominciò ad avvertire uno strano cambio di temperatura e anche di consistenza. La sabbia non scorreva più fra le dita levigandole dolcemente, ma vi rimaneva attaccata con una gelida insolenza che a un certo momento divenne preoccupante, soprattutto per gli insegnanti che, a differenza degli alunni, non avevano mai smesso di indossare calzature, ultime vestigia della loro precedente vita di privilegio; in quelle calzature in cui avevano speso scioccamente i loro ultimi averi cominciarono a rinvenire i preoccupanti segni di un principio di allagamento. Ma mentre la sabbia umida gradualmente diveniva un pantano e da pantano si trasformava in una vera e propria voragine di mota, tutti i veri esperti, tutti coloro i quali avevano dato anima e corpo per edificare quel tempio della conoscenza nonostante il disfattismo, l’allarmismo, l’invidia dei professoroni che erano rimasti nascosti dietro alle frasche a giudicarli fino all’ultimo momento, ripetevano che quella perturbazione non era che un complotto ordito ai loro danni da chi – e il soggetto qui era chiaro – non sopportava proprio di vederli vincenti nella vita. Da chi, ad anni e anni di distanza, continuava a sottolineare con la penna rossa, con manifesto sadismo, qualsiasi opera nella quale loro si imbarcassero con successo. L’acqua continuava intanto a filtrare, ma nessuno osava fermare le challenge di TikTok; l’acqua continuava a filtrare e gli alunni a ballare, l’acqua filtrava e per ogni goccia che passava la redazione del giornalino scolastico, instancabile, pubblicava un nuovo articolo per promuovere, a turno, la cartoleria, la pizzeria e il pizzicagnolo di quartiere.

Le fondamenta, si scoprì poi dopo, erano state realizzate con una struttura di legno semivuota al cui interno i flussi cosmici avrebbero potuto trasmigrare liberi, così da compiere il viaggio universale dell’essere umano verso la predestinazione, così come affermavano i più eminenti cartomanti della scena internazionale con cui il Casagrande godeva di lunghi e proficui rapporti. I flussi cosmici, però, non avevano messo in conto la presenza sotterranea di un fiume, spodestato qualche decennio prima dal suo antico letto per far spazio alla cartiera; e così il fiume, ingrossato dalle piogge invernali, aveva fatto marcire il legno e raggiunto la superficie.

Venne chiamato il prete per un esorcismo, ma a nulla valsero tutti i suoi sforzi: la scuola venne inghiottita dagli abissi in un fluttuare di tende giallo limone, rosa e arancio, mentre gli alunni tentavano di rubare al fato ancora un minuto di Wi-Fi gratis e i docenti si affrettavano a consegnare gli ultimi moduli in cui avevano scrupolosamente dettagliato le percentuali di punteggiatura del giorno. Il sole del radioso futuro si spegneva così per sempre, vittima di un potere forte che tanto aveva tramato da riuscire a sconfiggere le migliori e più oneste energie di una società di giusti.

Il dottor Valente, intanto, scavando con gli alluci nella soffice, pallida sabbia di una spiaggia caraibica, faceva tintinnare i cubetti di ghiaccio nel suo bicchiere e con un sospiro di rilassamento sussurrava a sé stesso: anche questa è fatta.


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