Recensione José Saramago Memoriale del Convento

José Saramago – Memoriale del Convento

Questo, nominalmente, è un romanzo storico: significa che la maggior parte di voi non vorrà leggerlo, perché la storia è noiosa e non interessa nessuno, specialmente se a scriverla è uno come Saramago, che la sera ti metti nel letto e dici, Arrivo fino al punto e poi spengo l’abat-jour, e il punto arriva dopo sei pagine fitte fitte in cui non si capisce chi stia dicendo cosa e per quale motivo.

Chi è Saramago e perché recensisco un suo libro

José Saramago è uno scrittore e Premio Nobel portoghese. Innamoratissimo della moglie Pilar Del Rio, cui dedicava tutti i libri che pubblicava, amava il buon cibo e le parole; era un visionario e un idealista ed è il mio scrittore preferito perché non so come abbia partorito certe idee, ma avrei dato un rene per poterci parlare di persona anche solo per 5 minuti. Quando sono andata a Lisbona ho cercato di visitare il museo a lui dedicato, che purtroppo era chiuso proprio quella settimana. Devo dire che Saramago in Portogallo non se lo caga proprio nessuno; in compenso la faccia e le parole di Pessoa dominano qualsiasi categoria di souvenir, dal guanto da forno al portafogli. Senza nulla togliere a Pessoa, non so spiegarmene il perché e, onestamente, al dodicesimo bicchiere di Porto ho smesso di farmi domande.

José Saramago, Memoriale del convento:
Il mondo di ciascuno è gli occhi che ha

Questo, nominalmente, è un romanzo storico: significa che la maggior parte di voi non vorrà leggerlo, perché la storia è noiosa e non interessa nessuno, specialmente se a scriverla è uno come Saramago, che la sera ti metti nel letto e dici, Arrivo fino al punto e poi spengo l’abat-jour, e il punto arriva dopo sei pagine fitte fitte in cui non si capisce chi stia dicendo cosa e per quale motivo, perché a Saramago Joyce gli fa un baffo in quanto ad andare in barba alle regole di punteggiatura e di costruzione del racconto, e adesso giuro che la smetto con le similitudini di ambito antropomorfico settore peli superflui. Se ve lo state chiedendo, ho appena tentato di riprodurre il tipico torrente di parole dello scrittore portoghese ma ovviamente, essendo io me stessa e non Saramago, mi limito a offrire un hommàge a lui, non pretendo certo di avvicinarmi alla sua sapienza letteraria. Comunque, si diceva, è un romanzo storico. Storico fino a un certo punto: certo vi farete una cultura, scoprirete che il Convento di cui si parla esiste realmente ed è anche uno spettacolo mozzafiato, a giudicare dalle foto; scoprirete che è stato un brasiliano trapiantato a Lisbona l’autore del primo volo nell’aere, e non i fratelli Montgolfier, ma forse non è stato il primo a passare alla storia perché un problemino o due di troppo con il potere ce l’aveva, con l’aggravante successiva di essere morto, in Spagna, pazzo furioso come Orlando; scoprirete tante cose che potrete far finta di saper già, per darvi un tono con me che scrivo questa recensione, piena di gaudio e sorpresa per tutte le cose che non conoscevo e adesso conosco, ma non serve Blimunda per vedere al di là di certe bugie meschine, sarà che a scuola ci siamo andati tutti e sappiamo come funziona.
Saramago tesse la tela della Storia tutta intorno al lettore, e in questa trama intreccia anche i fili delle storie che invece sono solo creature della sua mente, così i veri assassinati si trovano accanto agli assassinati di fantasia, democraticamente in fila sul rogo, ma se i secondi hanno un vantaggio sui primi è che un riscatto lo otterranno, seppur non convenzionale e, forse, non del tutto soddisfacente.
Non vi ingannerò dicendovi che si può leggere questo libro con facilità, con i piedi a mollo nell’acqua della piscina e un Daiquiri appoggiato sul bracciolo della poltrona gonfiabile. È un romanzo che esige attenzione e scoraggia e allontana immediatamente chiunque non gliene presti. Ma se avrete il coraggio di solcare la tempesta di periodi infiniti, se avrete la pazienza di inghiottire elenchi estenuanti di nomi di re e paggi e chiese, se andrete oltre alla barriera solida della non edificante realtà di persone che sudano e vengono mutilate e muoiono sotto a blocchi di pietra, scoprirete di avere molto da imparare. Perché “Memoriale del Convento” è soprattutto una storia di persone testarde che seguono una visione – che si tratti di costruire un enorme convento in mezzo al niente in cambio di un primogenito, o di far volare un gabbiano di tela e ferro contro ogni istinto di logica, razionalità e sopravvivenza, o di precipitare un clavicembalo in un pozzo purché la sua presenza non denunci l’esistenza di chi si vuole proteggere, oppure di decidere di fare il contrario di quello che è più facile e comodo fare solo per dare un senso all’esistenza; e qualunque sia la strada su cui condurrà quella visione, qualunque sia il termine di quella strada, una cosa è certa: il mondo di ciascuno è gli occhi che ha, ma solo chi non rinuncia a guardare ha un mondo di cui parlare, e una storia da raccontare.

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