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Eric-Emmanuel Schmitt – Odette Toulemonde

Odette Toulemonde educa alla filosofia del “conosci te stesso” con dolcezza mai banale e ironia mai amara. E sorprende sempre con epiloghi inaspettati.

Recensione di vita vissuta

“È la storia di vari personaggi che cercano la felicità senza trovarla. Falliscono perché hanno ereditato o adottato concezioni della felicità che non fanno per loro […] Malgrado il successo non sono felici perché vivono la felicità degli altri, la felicità secondo gli altri.”

In questa frase, tratta da uno dei racconti di questa raccolta, si condensa lo spirito dell’intero libro di Eric-Emmanuel Schmitt: non un’edificante rassegna di aforismi, non una versione edulcorata della realtà, in cui la chiave della felicità risiederebbe, semplicisticamente, nell’accontentarsi delle piccole cose.

Il senso dei racconti che compongono Odette Toulemonde è che la felicità è una condizione sì mentale prima che materiale, ma che non può essere ottenuta né facilmente né in un unico modo. La felicità è una meta che si raggiunge a prezzo di grandi lacerazioni, di sofferenza e instabilità; essa vive in equilibrio precario, sospesa su una corda tesa sul nulla e seppure riusciamo ad avvistarla, non sempre siamo in grado di raggiungerla in tempo, prima che cada nel vuoto.

Spesso non abbiamo in noi l’equilibrio necessario o abbastanza forza nei muscoli delle gambe; indugiamo troppo a lungo su quella corda tesa, calchiamo eccessivamente i nostri passi e la felicità precipita giù inesorabile dove non possiamo più recuperarla.

Lezioni di felicità: è tutta questione di equilibrismo

Nessuno ci insegna a fare gli equilibristi, nessuno ci spiega come raggiungere la felicità. È un percorso che affrontiamo da soli e che è diverso per ognuno di noi. Pieno di svolte davvero inaspettate. Ma il segreto per affrontarle è forse imparare a conoscere noi stessi, scrutarci dentro e scoprire da soli quale sia la medicina migliore per le nostre ferite. Solo allora saremo capaci di vivere senza quello strazio provocato dal divario fra la vita che abbiamo e la vita che vorremmo avere.

Il libro di Eric-Emmanuel Schmitt cerca proprio di fare questo: educarci all’antica filosofia del “nosce te ipsum”, del conosci te stesso. E lo fa con una dolcezza che non cede mai alla banalità, temperata con ironia priva di qualsivoglia traccia di amarezza. E proprio nel momento in cui siamo certi di aver previsto l’epilogo della storia, Schmitt ci sorprende con qualcosa di inaspettato che, a prescindere dal lieto o tragico fine, getta un po’ di luce in più sulla natura della vita stessa, ridimensionando le nostre manie di controllo su di essa. Ne è particolar prova l’ultimo racconto, a mio parere il più riuscito perché è in grado di riportare il lettore a una dimensione affettiva che non può non strappargli un brivido o, perlomeno, un sorriso. A prescindere dal suo vissuto personale e dalla sua cultura.

Non dico di più: il mio consiglio è che appena finito di leggere questa recensione di Odette Toulemonde, vi precipitiate direttamente in libreria a comprare il libro. Personalmente, nello spazio delle 160 pagine di questo volumetto mi sono trovata e persa un milione di volte, ma ciò che conta di più è che ho ritrovato la voglia di cercare me stessa, di cucirmi addosso la felicità della misura giusta per me. Se avete la sindrome del labirinto, questo è proprio il libro che fa per voi.

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