Un'analisi a ruota libera dei libri di Sergio Atzeni

Di identità e verità: la Sardegna di Sergio Atzeni

Mala tempora currunt e per qualcuno la letteratura sarà solo un palliativo, ma per me ha molto da insegnare a chi ha orecchie per sentire. Ecco dunque la lezione di disobbedienza che ho trovato in Sergio Atzeni.

Della disobbedienza letteraria e di altri demoni

Credo che l’incapacità di apprezzare quello che si ha sotto il proprio naso sia connaturata all’essere umano e credo anche che derivi dal suo bisogno di costruirsi una palude ristagnante di certezze che lo proteggano dall’impazzire. Per me, però, non apprezzare quello che ho sotto il naso è sempre stata più una missione, una sorta di resistenza inveterata all’indottrinamento, il risultato di una tendenza a guardare oltre i limiti imposti da chicchessia. Anche a torto, privandomi di esperienze magari costruttive, ho sempre rifiutato il “canone” e ho, piuttosto, tentato di conoscerlo per contrasto, esaminando attentamente tutto quello che gli gravitasse intorno e non fosse canone.

Un esempio? Se mi davano 10 libri da leggere durante l’estate, io ne leggevo 20, nessuno dei quali dalla lista che mi era stata data. A Umberto Eco rispondevo con Conrad, a Dante con Tolkien, a Flaubert con Hawking. Pensandoci forse è proprio colpa di Hawking se mi è venuta tutta questa voglia di esplorare lo spazio, o forse del DNA ereditato da nonno Aldo, che con le sue mani giganti oggi saprebbe trovare un’adeguata sistemazione alle carognate che vengono gridate nei megafoni della politica. Fatto sta che cerco di viaggiare costantemente agli antipodi di ciò che ci si aspetta da me.

Dalla Sardegna degli yacht alla Sardegna di Atzeni

Una cosa che faceva parte della mia infanzia era la Sardegna, dove i miei zii avevano una casa e dove sono andata molto spesso, da grandicella, per mancanza di alternative. Io, che non amo particolarmente il mare, mi sentivo asfissiata sotto i 40°C dell’estate sarda, imprigionata in una vegetazione arida, brunita dai raggi impietosi del sole. Tuttora, se evoco nella mente questa immagine, devo fare ricorso alla mia biblioteca mentale di fotografie boschive per non farmi venire una crisi di panico. Eppure, pian piano, questa esecratissima Sardegna ha trovato il modo di tornare a me e farsi nuovamente strada nel mio cuore, in modo diverso ma emotivamente simile a quando per me significava solo giocare a biglie con i miei cugini su spiagge bianchissime, passeggiare per le librerie aperte di sera, imparare a giocare a scala 40 e immergermi con il boccaglio nell’acqua cristallina, per poi riemergere e trovare ad attendermi una fetta di pecorino, un piatto di spaghetti con la bottarga o un vassoio di deliziose is pardulas e non, come succedeva dai 14 anni in poi, isolarmi sotto un ombrellone ad ascoltare i Dream Theater con i piedi nascosti in un paio di anfibi militari (sul serio, deprecavo l’uso di sandali).

Se mi sono riavvicinata alla Sardegna è stato, va detto, per merito del mio lavoro e per il fatto di dover raccontare questa regione attraverso i suoi prodotti tipici, le sue usanze e tradizioni, il suo saper fare millenario. Quella voglia di scoprire di più, di andare oltre che ho sempre avuto mi è stata preziosa, perché mi ha dato la possibilità di grattare sotto la superficie e vedere oltre gli yacht parcheggiati al largo di spiagge bianchissime e le sciure in tiro che vanno a sbocconcellare pizze da 35 euro a Porto Cervo. Ho cercato di entrare in contatto con questa cultura a un livello più profondo, per poter parlare da pari ai suoi rappresentanti, e uno dei modi in cui l’ho fatto è stato andando a cercare chi, sardo di nascita, avesse raccontato l’Isola in maniera diversa. È così che mi sono imbattuta in Sergio Atzeni, un autore del Novecento nato e morto, molto giovane, nel sud della Sardegna. Nella sua Isola è invero molto amato, pressoché sconosciuto è invece nel “continente”, intendendo con questo termine l’Italia (all’estero, invece, i suoi libri sono tradotti in numerose lingue).

Cos’ho letto di Sergio Atzeni

Ho letto soltanto due suoi libri, l’uno a ruota dell’altro, Passavamo sulla terra leggeri e Il figlio di Bakunìn, pertanto non mi voglio certo spacciare per un’esperta. Si tratta pur sempre di un autore che, per quanto sconosciuto ai più, ha una complessità che può essere trattata solo da chi ne può parlare con vera cognizione di causa e non per aver letto qualche articolo di settore e la pagina di Wikipedia. Ho voluto però dedicare del tempo a questo autore perché credo che meriti maggiore attenzione e perché desideravo contribuire a questa causa personalmente. Perché tanto interesse per Sergio Atzeni, dunque? Per una tematica, per me cruciale, che fa da trait d’union a questi libri: quella dell’identità personale e nazionale.

Cos’ho trovato nei libri di Atzeni

In entrambi i testi, il suo punto di vista sul problema identitario è trasparente fin dalla scelta del narratore, multifocale e collettivo. Ne Il figlio di Bakunìn ciò si esplica nel fluire libero di un racconto a molte voci, le quali descrivono, ognuna secondo le proprie convinzioni e convincimenti, la figura di Tullio Saba, anarchico realmente esistito ma sul quale non esistono documentazioni affidabili. Poiché la materia del racconto non è sottoposta alla censura del classico narratore onnisciente, che non entra mai, nemmeno per un istante, all’interno del testo, il confine tra vero e falso non può essere in alcun modo risolto e così spetta al lettore mettere insieme i frammenti, farsi un’idea, elucubrare su chi fosse realmente Tullio Saba. La trovo una splendida educazione al pensiero divergente, un’indicazione – sottile, discreta, ma perfettamente chiara – a non affidare i propri giudizi al sentito dire, coltivando la propria curiosità intellettuale.

Anche in Passavamo sulla terra leggeri si ripete la multifocalità de Il figlio di Bakunìn, realizzata qui per tramite di un narratore che rappresenta non sé stesso, bensì una collettività antica come la terra su cui abita. Quello che racconta, a un ascoltatore silenzioso e assorto, è la storia della Sardegna così come gli è stata tramandata da chi è venuto prima di lui, preceduto a sua volta da “cento e cento” altri aedi isolani. Quel che risulta da questa opera di progressiva aggiunta, da parte di tante voci diverse, di nuovi pezzi a una storia collettiva è un libro fantastico dell’umanità sarda dagli albori dei tempi; non un’enciclopedia, un trattato storico, ma un racconto, narrato secondo le modalità, le idiosincrasie e le peculiarità differenti di ogni narratore che ha preso parte alla sua stesura nel corso dei secoli. Anche qui si percepisce l’idea di una storia dai confini smussati, manipolata – anche involontariamente – dalla voce di chi la racconta e dunque per sua stessa natura incongrua, inaffidabile, incerta. Non può esserci, insomma, un’unica verità e per questo nemmeno un’unica identità, personale o nazionale che sia. In questo Atzeni va contro a uno dei grandi cliché che gravano sul popolo sardo, a cui si guarda spesso come a un popolo chiuso in sé e impermeabile al cambiamento. Atzeni descrive in questo modo il sentimento identitario sardo:

“[…] scoprendo di essere di stirpe ebrea marrana, oltre che sarda e genovese con sfumature arabe e catalane, ho immaginato che il sangue degli antichi erranti perseguitati vivesse in me facendomi apparire la diversità dagli altri come abituale e perciò non spaventandomi della solitudine che ne veniva, di rado mitigata da amici sempre esclusi dalla comunità perché diversi: scemi, figli di donne non sposate e di bagassa, istrangios e eversori.”

Non c’è quindi spazio in lui per l’idea di un’identità stereotipata e fissa, ma piuttosto la presa di coscienza di una realtà fluida in costante divenire, dove l’incontro e il confronto, a volte doloroso, con identità diverse sono un momento necessario e fondamentale. Ciò non significa che per Atzeni non esista un’identità sarda, ma che ogni identità – quella sarda, quella catalana, quella padana o quant’altro – si realizzi da un mescolarsi naturale di elementi che si può verificare solo con il presupposto della libertà. In altre parole, se siamo ciò che siamo è perché abbiamo la possibilità di agire, plasmare noi stessi e mutare in accordo con il nostro sentire – anche scendendo a compromessi, talvolta, ma solo se questi compromessi nascono da noi e non sono imposti. Sono le scelte che facciamo in coscienza e consapevolezza, e non la mancanza di scelte, a definire chi siamo.

Non è un caso che il narratore concluda il suo racconto nel momento in cui i sardi perdono, storicamente, la loro libertà; a patto di occultare una porzione della storia, egli preferisce trasmettere al suo successore, affinché lo tramandi a sua volta ai posteri, un insegnamento etico ben preciso, insegnando loro a coltivare l’idea della possibilità di una storia parallela: quel germe di rivolta che forse un giorno li porterà di nuovo a passar leggeri sulla terra, privi di catene ai piedi, più vicini sia alla terra che al cielo. Profetizza il narratore nella parte finale:

“Più malvagi saranno i tempi più l’adesione all’antica legge parrà ribellione o sedizione.”

Questa frase, universale e portentosa, è quella che mi ha definitivamente convinta a scrivere di Sergio Atzeni, in onore a quello lo spirito di ribellione che tutte le persone che amo mi hanno insegnato a coltivare, nel rispetto della mia e altrui libertà. Lasciare che qualcun altro pensi al posto vostro vi potrà risultare più semplice nell’immediato, ma qual è il prezzo?

*

*

*

Risorse

Per chi desidera approfondire il tema, qua ho trovato un articolo che mi è piaciuto molto sulla figura di Sergio Atzeni, che ne racconta anche l’interessante e complicatissima vita.

I suoi libri, invece, sono pubblicati quasi tutti dalle case editrici Sellerio e Ilisso, in edizioni ben curate ed economiche. Li trovate nelle librerie molto fornite oppure online.

Visto che ci siete, magari, date anche una lettura ai libri di Bakunin.

0 comments on “Di identità e verità: la Sardegna di Sergio AtzeniAdd yours →

Leave a Reply